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L’approccio di cura psicoterapeutica che adottiamo al Centro SegnaVento si basa sui principi della psicoanalisi, in particolare sugli insegnamenti di Freud e Lacan. La cura si fonda dunque sull’esercizio della parola e del suo ascolto, attraverso cui il soggetto può riscrivere in forme nuove la propria storia, analizzare le sue modalità relazionali e aprire prospettive inedite orientate al futuro. La cura psicoanalitica punta alla rielaborazione dei traumi dell’esistenza, nuclei di dolore da cui originano le sintomatologie psichiche, al fine di rendere possibile un’assunzione soggettiva di tali traumi attraverso cui trasmutarli da matrici di sofferenza a fonti di nuova energia per il rilancio generativo dell’esistenza. Il metodo psicoanalitico esige che ogni soggetto sia accolto nella sua unicità. Diffida dalle generalizzazioni e accoglie le persone una per una, strutturando una cura singolare e peculiare per ogni paziente. La cura ha luogo sullo sfondo di una pratica della verità soggettiva rintracciabile nella logica della narrazione della propria storia e delle dinamiche relazionali in cui la vita si dispiega. Segnavento si propone inoltre di favorire opportunità di apertura e legame attraverso una funzione di rete con le realtà del territorio, sulla base delle particolari affinità elettive del singolo.

La questione del trauma ha da sempre rappresentato un punto cardinale essenziale per le scienze psicologiche: non soltanto la scoperta dell’inconscio e l’invenzione della psicoanalisi avvennero, ad opera di Freud, proprio attraverso la constatazione di come traumi infantili rimossi continuassero ad agire il proprio influsso patogeno sul corpo e sulla mente per anni, se non per l’intera esistenza, a meno di non essere rielaborati mediante l’analisi; ancora più radicalmente, nell’intera costruzione teorica freudiana, l’impotenza davanti a un fattore traumatico esterno (ambientale) o interno (pulsionale) determinava lo scaturire dell’angoscia che, cristallizzandosi nelle diverse forme sintomatiche, dava sostanza alla patologia psichica. Ognuno viene ad essere confrontato, prima o poi, con un dolore, una perdita, un limite a fronte del quale si riconosce inerme, e che dovrà quindi attraversare mediante il tortuoso, insidioso e complesso processo del lutto.

È importante sottolineare che, paradossalmente, pur essendo una esperienza universale, ogni trauma è al contempo singolare nella misura in cui la possibilità del suo attraversamento e del suo eventuale rilancio resiliente dipende dalla combinazione di molteplici fattori relativi all’agente, alla natura e al grado di violenza dell’impatto traumatico da un lato e, dall’altro, alla fase di sviluppo, agli strumenti intrapsichici e sociorelazionali, nonché alla peculiare storia di vita del soggetto che si trova a fronteggiarlo. In questo senso l’approccio psicoanalitico alla cura, con il suo focus sulla singolarità irripetibile di ogni soggetto, risulta essenziale per la comprensione e l’elaborazione degli effetti che uno specifico trauma esercita su una determinata esistenza.

La forza dell’impatto traumatico, se elaborata e assunta dal soggetto, può diventare una spinta propulsiva in grado si favorire il superamento delle impasse esistenziali e delle ripetizioni sintomatiche, alleata al movimento d’individuazione soggettiva sulle tracce del desiderio inconscio. È dunque possibile operare analiticamente per promuovere il ribaltamento psichico per cui un trauma, matrice di sofferenza e fattore psicopatogeno, sia reso un catalizzatore di energia pulsionale che spinge alla liberazione, anziché all’imprigionamento, del soggetto. Un tale carattere potenzialmente bifasico, parabolico, di ogni trauma – ampiamente testimoniato nella storia e, spesso, nell’esperienza personale di ognuno di noi – è contenuto in seno al significato stesso del termine, così come il suo etimo ci rammenta: trauma, in greco τραῦμα, designa una ferita inflitta o un dànno subito. Tuttavia, la connotazione di danneggiamento è secondaria al significato più arcaico legato al significante τρομα che indica una trafittura, un perforamento (da τι-τραω: foro, perforo). Risalendo ancora sino ai primordi etimologici del lemma, si rintraccia la radice sanscrita tra/tar, da cui tarâmi, il cui significato fondamentale è quello di muovere, passare al di là, andare oltre. Nella sua evoluzione attraverso diverse epoche questo significante ha quindi assimilato in sé il duplice senso di colpo, lesione e di movimento, attraversamento, di un passaggio che, restando fedeli alle mutazioni storiche del termine, attraverso un intrusione dolorosa, un perforamento del corpo, della pelle, permette di valicare, collegare (traforo) e quindi di incedere e progredire. Ferita mortale e passaggio salvifico convivono dunque in questo concetto ossimorico, costituendone aspetti inscindibili e complementari, per quanto apparentemente opposti, che vanno entrambi considerati in quanto concorrono alla dinamica potenzialmente parabolica da cui l’azione traumatica è compiutamente descritta.